sabato 27 maggio 2023

PRESTAZIONE, POSTUROLOGIA E TEORIA POLIVAGALE.

 PRESTAZIONE, POSTUROLOGIA E TEORIA POLIVAGALE.

Oltre la teoria

 

Un bel pò di anni fa mi fu chiesto cosa fosse la postura, risposi con la mia, personale, definizione, che da allora non è mai cambiata: la postura è una reazione agli stimoli interni ed esterni al corpo. Alcuni rimasero perplessi, legati ad un’immagine della postura ben definita e bloccata al concetto di entrate posturali (Bricot 96), o addirittura, a un qualcosa di esclusivamente meccanico, (Litteljhon), (Mezieres) (Kapandji 1983) (Denis-Struyf 1996) rimasi fermo sulla mia posizione, convinto che il sistema nervoso raccolga le informazioni anche  dal sistema simpatico e dal parasimpatico e soprattutto dall’espressione del carattere dell’individuo. Ora è più facile ragionare  su questi concetti, venti anni fa molto meno. Oggi, infatti, è di dominio comune l’esistenza  del “secondo”cervello,  il cervello enterico. Dopotutto la nostra postura cambia se abbiamo una paura folle, o uno spavento ( Lowen 1998), (Myers 2006) o siamo al massimo della felicità. 

Quando si opera nel campo della prestazione si è abituati a misurare l’energia  che l’organismo usa per andare più veloce, più lontano, più in alto, per  spostare più peso, ecc. Ad   un certo punto capisci che questa energia, che si misura in m/s, km/h, joule, kcal, watt,  non può essere l’unica cosa che rende possibile la prestazione di eccellenza e soprattutto capisci che non essendo macchine biologiche, come hanno provato a farci credere, non possiamo pensare al corpo umano come un meccanismo legato alla statistica. Purtroppo il dualismo cartesiano, tra le altre cose, ha comportato un rallentamento enorme nella comprensione di determinati processi.

Per raggiungere la prestazione, come opzione vincente   si può abbinare alla metodologia dell’allenamento  la posturologia, così da  fare rendere al meglio il sistema, diminuire gli attriti e di conseguenza  diminuire i consumi e aumentare la velocità e la resistenza a parità di risorse erogate. Basta? E’ veramente tanto, se affiancata ad una metodologia realmente moderna rende in termini di efficienza molto di più di quello che normalmente si pensi, ma ancora non basta. Cosa differenzia una prestazione da un’altra? Cosa cambia tra due atleti? E’ solo una questione di rendimento energetico?  Propongo un esempio in linea teorica, supponiamo che un calciatore con 70 millilitri di Vo2 max non batterà mai in una maratona un corridore di fondo con lo stesso Vo2 max perché la meccanica di corsa del calciatore richiede una spesa maggiore rispetto a quella votata al risparmio del fondista (Colli 2022) Ma, chiedo ancora, può essere solo questa la differenza tra i due? E’ solo questo a decretare il risultato? Ci sono altri fattori in gioco? E per finire, siamo sicuri che non riesca a batterlo?

 

Le  due domande che ho sempre in testa sono: cosa ho imparato? Come lo posso usare?

Ad un certo punto ricordando le lezioni  di prospettiva delle scuole superiori, ho iniziato a cambiare ulteriormente angolo di osservazione e ho visto una nuova possibilità, ed è stato illuminante un articolo di Stephen W. Porges in cui parlava della sua teoria polivagale, e che poi mi ha portato ad approfondire l’argomento studiando tutta la letteratura in materia. Naturalmente sia quella pro che quella contro questa teoria.

 

La risposta al quesito su cosa alimenta la massima prestazione è semplice per quanto drammatica: noi umani, siamo  alla costante ricerca della  sicurezza, e da questo nessuno di noi  può essere escluso. Non ci può essere prestazione d’eccellenza in un regime di insicurezza. Se l’ambiente, interno ed esterno al tuo corpo, presenta insicurezze la prestazione di eccellenza è improbabile.


 Questo mio articolo non ha alcun interesse nel trauma e nella terapia, naturale sbocco della teoria polivagale, come molte delle risorse che provengono dallo studio della patologia si presta ad essere orientato  verso un obiettivo specifico diverso da quello originale: la prestazione. Al momento, nonostante  gli sforzi di alcuni ricercatori indipendenti, la ricerca in campo sportivo è indietro, non è ancora minimamente paragonabile a quella in campo medico,  o ad altri campi della scienza, è attuata quasi esclusivamente nelle università con tutti i limiti della cosa. Fare una ricerca basata su sperimentazioni in  cieco e in doppio cieco può essere la cosa meno etica possibile in ambito sportivo, e questo si può fare solo in ambito universitario, utilizzando volontari o studenti che spesso non sono atleti, tanto che i risultati, presi a esempio nelle esercitazioni, dopo alcuni anni vengono spesso confutati, facendo capire che si è perso tempo. E’ difficile se non impossibile fare ricerca all’interno delle società sportive e questo relega lo sport a fanalino di coda della ricerca scientifica e coacervo di teorie e pratiche spesso improbabili, perpetrate da chi si trova in momentanee posizioni dominanti senza essere in possesso  dei contenuti essenziali.

Molte delle scoperte arrivano  in modo trasversale dallo studio della patologia e poi queste vengono prese a prestito dalla scienza dello sport, questo accade in modo particolare nel campo della nutrizione sportiva e a volte, purtroppo, nell’adulterazione del risultato sportivo. Doping.

Leggendo Porges mi sono tornate in mente molte informazioni captate negli anni, ad alcune di queste, fino a quel momento, non riuscivo a dare  una risposta, infatti la seconda domanda: come lo posso usare? Restava spesso senza esito per poi essere finalmente evasa.

Secondo la teoria polivagale, il sistema nervoso autonomo è composto da tre rami: il sistema nervoso parasimpatico, diviso a sua volta in due parti: il dorsovagale e il ventrovagale,  e il sistema simpatico. Queste parti hanno seguito una filogenesi con tempistiche  differenti, e fin qui nulla di nuovo, perché è “semplice” fisiologia. Per conoscenza:  il dorsovagale si è evoluto circa 600 milioni di anni fa, il simpatico 400 milioni di anni fa e ventrovagale solo 200 milioni divani fa. Quello che  cambia realmente le cose è l’interpretazione dei segnali che i tre sistemi emettono per  regolare le risposte all’interazione sociale, allo stress e al trauma. Circoscrivere i sistemi  alle sole funzioni fisiologiche è riduttivo. Secondo la teoria polivagale, si deve superare il concetto di dualismo tra il sistema simpatico e sistema parasimpatico. A differenza dei rettili, animali solitari,  i mammiferi hanno necessità di rapporti sociali, e per questo l’evoluzione filogenetica ha sviluppato la branca del parasimpatico ventrovagale che monitora gli stimoli provenienti dalla connessione sociale, la sicurezza, la  comunicazione e la protezione. Quindi non è più una contrapposizione rigida tra due parti di uno stesso circuito, ma è un fluire costantemente da una parte del circuito ad un’altra a secondo lo stimolo ricevuto, una autoregolazione agli stimoli ambientali. Gli “indizi di sicurezza” ricercati dal ventrovagale sono un potente antidoto per il trauma e allo stesso modo possono essere la porta di acceso all’uso di tutte le risorse disponibili.

Leggendo Porges la mia memoria collega  e poi  porta alla comprensione di concetti rimasti incompleti per anni, un pensiero va alla teoria dei tre cervelli di MacLean (1973-19884) che però si limitava appunto al cervello,  alla bioenergetica di Lowen (1978-1983) che aveva identificato delle tipologie posturali specifiche prima ancora della posturologia come la conosciamo oggi, e aveva intrapreso un lavoro sul corpo e sulle emozioni ad esso collegate. Ogni tanto mi sembra di rivedere segnali già espressi da Erickson nei suoi colloqui induttivi, ripresi successivamente anche da Bandler e Grindam in alcuni dei primi testi riguardanti la PNL, per non parlare di concetti simili espressi pratica della Mindfulness, ecc.

 

Tornando al ragionamento di Porges, noi entriamo e usciamo continuamente da stati emozionali che contraddistinguono i tre settori del circuito, il punto è che spesso rimaniamo invischiati per troppo tempo dentro il  settore simpatico o il dorsovagale.

Quando questo accade il settore manda segnali alla corteccia prefrontale, e questa dovrà codificarli, (Brewer 2021),  e se non dovesse riconoscerli, ci farà sprofondare in uno stato poco piacevole, cosa molto facile, perché la corteccia è un filtro molto avanzato ma non è in grado di prevedere il futuro, e se non può prevedere il futuro…lo inventa; si fa film che nemmeno il più grande regista di Hollywood può eguagliare.

Nell’attraversamento quotidiano di questi stati spiacevoli avere una bussola che ci diriga sempre verso lo stato ventrovagale, o a secondo delle necessità  verso lo stato simpatico, è prioritario per ottenere una prestazione adeguata.

Indipendentemente se abbiamo subito o meno un trauma degno di uno specialista della materia, il meccanismo è lo stesso per tutti. Quando siamo nella parte moderna del circuito ventrovagale siamo in una condizione socialmente positiva. Comunichiamo, scambiamo, proponiamo e riceviamo sicurezza, ma se improvvisamente riceviamo un segnale di pericolo entriamo subito in una zona dove difendersi o scappare diventa il motivo dominante, se la situazione peggiora e finiamo in un limbo apparentemente senza  vie d’uscita, una situazione che può essere anche solamente frutto dell’immaginazione,  si può sprofondare nell’ansia, nella paura e nella depressione. Questa cosa, anche se dura pochi minuti, ha un potere devastante.

Infatti ogni stato del sistema autonomo ha una sua ragione d’essere,  prenderci domicilio non è salutare. Deb Dana (2019-2021) Porges e Dana (2020)  raffigurano i tre stadi come una linea verticale o una scala a pioli, su cui saliamo  e  scendiamo a secondo dello stato su cui ci  troviamo. A me piace molto pensare questa linea verticale come un ascensore che va su e giù per i tre piani di un condominio molto problematico, o a volte la penso come un triangolo riprendendo l’idea di Brewer sul circuito dell’ansia.

Tornando alla prestazione, se vogliamo che il sistema autonomo dei nostri atleti digerisca, trasformi e recuperi al meglio, e che la loro   concentrazione permetta   il 100% di accesso alle  risorse, alzando di conseguenza  il limite della prestazione, è necessario insegnare loro come gestire questi stati,  come uscire quando serve dal simpatico e  dal dorso vagale provocando il ventrovagale, o dal dorsovagale provocando il simpatico. Uno dei metodi migliori di accesso al sistema autonomo è la respirazione, negli ultimi anni, ad esempio,  Wim Hof (2022) con il suo metodo di esposizione al freddo e di respirazione ha ottenuto risultati ritenuti impossibili nella gestione del sistema nervoso autonomo. Anche alcune respirazioni yogiche ottengono risultati simili ma con tempi di attuazione molto più lunghi. Io al momento  utilizzo con profitto un riadattamento del sistema di respirazione di Hof che deriva da alcune  mie esperienze fatte con l’allenamento dell’apnea. Accanto a questi metodi, a fare la differenza sono gli esercizi specifici che portano a quello che veramente conta che, come dice Deb Dana, è riconoscere gli stati autonomi. Migliorando la percezione o meglio “imparando” la neurocezione. Per affinare questa capacità, bisogna integrare gli allenamenti con gli esercizi di percezione così da  poter   percepire in anticipo uno stato poco funzionale a quello che è il momento di allenamento o di gara. L’obiettivo non è quello di appiattire l’atleta in uno stato di beatitudine senza senso. L’obiettivo è permettere all’atleta di gestire il momento senza farsi trascinare dentro stati che possono essere deleteri per la prestazione. Ho notato tanti atleti di talento, splendidamente preparati, perdersi nei meandri della loro insicurezza, produrre convinzioni limitanti che li hanno portati a stress, fallimenti e rinunce.  Un aneddoto che può fare capire una situazione estrema è quello raccontato in una intervista televisiva da Sara Simeoni, famosissima atleta, bandiera dello sport italiano, vincitrice di un’olimpiade nel salto in alto e primatista mondiale.  Racconta che ad un certo punto, in pedana, si trovò in uno stato di disconnessione, assente e incapace di reagire; il suo allenatore, capì il momento e le urlò qualcosa, che aveva un senso all’interno della loro comunicazione, che la destò da quello stato e la portò a tornare  in se e a vincere l’olimpiade. Questo è un  evidente passaggio da un momento dorsovagale: disconnessione, dissociazione, congelamento, ad uno ventrovagale: sicurezza.

In questo periodo storico si è molto attenti alla salute ed al benessere, ma le strategie messe in atto deludono i bisogni biologici  perché è dall'interno del corpo che emergono i sentimenti di sicurezza che, se riconosciuti, possono essere il volano per raggiungere i risultati. Si parla molto, e a ben ragione, di ormoni collegati alle parole. Le parole negative, pronunciate, ascoltate e pensate causano stress situazionale e stati d’ansia che possono perdurare nel tempo, Lodge, Harte, Tripp (88). Le parole influenzano la nostra esperienza a livello neurochimico ma non basta cambiare linguaggio interno ed esterno per ottenere un risultato eccellente, ad esempio per bilanciare il cortisolo e l’ossitocina. Le parole adatte devono seguire la postura adeguata e ancora prima di tutto questo, perché accada, deve essere attivato il sistema ventrovagale. Altra cosa che stimola in modo negativo il circuito polivagale è l’esposizione continua alle notifiche, come già detto da Gazzaley e Rosen in “Distracted Mind” (2018) la mente viene distratta dalle interferenze (notifiche) fino a creare una forma di ansia patologica legata a queste. Rifacendomi alla teoria polivagale mi sembra normale che una notifica, o una non notifica, possa rappresentare per alcuni uno stimolo molto potente o addirittura devastante per il loro  sistema autonomico.

Per concludere, il campo di applicazione della teoria polivagale è enorme, oltre al trauma dove può rappresentare una svolta importante,  il suo uso, appositamente “edulcorato”, può rappresentare in ambiti come quello sportivo, ma anche in quello del lavoro, uno step evolutivo alla stregua di quello che ha rappresentato la psicologia sociale nel marketing.

 

Nota:

la branca parasimpatica ventrovagale, promuove la comunicazione, l’affettività reciproca, la protezione, in poche parole quello che ricerchiamo tutti, la sicurezza. La branca del sistema simpatico si attiva in condizioni di allarme, in cui percepiamo  di dover muovere una reazione o fuggire, mentre la branca del parasimpatico dorsovagale, la più antica, che possiamo definire rettiliana,  si attiva nell’uomo nelle condizioni di grave pericolo di vita, è permane quando è  legata al trauma ed é caratterizzata dalla dissociazione e dal collasso.  Un esempio può essere quello di un animale che viene attaccato da un orso e non potendo difendersi, o non avendo più il tempo di fuggire, collassa in una morte apparente ( diminuzione del battito cardiaco e del ritmo respiratorio) che in qualche modo disimpegna l’orso dall’attacco per poi rinvenire e tornare alla normalità quando l’orso si sarà allontanato.

giovedì 25 maggio 2023

Allenarsi a digiuno: guida completa

 

Allenamento a Digiuno: Guida Completa, Benefici e Precauzioni

Introduzione all'Allenamento a Digiuno

L'allenamento a digiuno, una pratica che ho abbracciato durante la mia carriera in atletica leggera, mira a ottimizzare l'uso dei grassi come fonte energetica. Questa tecnica, che ho mantenuto anche dopo aver concluso l'attività sportiva professionistica, offre diversi benefici se eseguita correttamente. Scopriamo insieme il perché dietro questa pratica.

Che Cos'è l'Allenamento a Digiuno?

Allenarsi a digiuno significa non aver introdotto cibo per le 12 ore precedenti l'attività fisica. Questo regime, da me consigliato sia agli atleti che ai clienti, si rivela vantaggioso indipendentemente dall'allenamento successivo. La corretta organizzazione di cena e colazione per rispettare le 12 ore di digiuno aiuta a evitare problemi, come la calcolosi biliare, associati al digiuno intermittente di 16 ore (Longo 2016, 2021). Un dato curioso: in India, il digiuno intermittente prolungato è una pratica comune, adattata alle abitudini alimentari locali.

Benefici del Digiuno Notturno

Durante il digiuno, il corpo entra in uno stato di protezione, favorendo la riparazione cellulare e riducendo infiammazioni e disturbi minori. Questo effetto benefico è sfruttato anche in alcuni centri medici per potenziare le terapie (Longo 2021). Per gli atleti, l'allenamento a digiuno può migliorare la gestione dell'energia nelle gare di endurance, sebbene non sia diretto al dimagrimento.

Cosa Considerare Prima di Allenarsi a Digiuno

  1. Non è un Metodo per Dimagrire: L'allenamento a digiuno non deve essere perseguito con l'obiettivo di perdere peso, anche se può incrementare il dispendio energetico post-esercizio in alcuni casi.
  2. Maggiore Utilizzo dei Grassi: Sebbene alcune ricerche indichino un consumo di grassi superiore del 20% rispetto all'allenamento post-prandiale, i risultati non sono univoci.
  3. Catabolismo Proteico: Si può verificare un maggiore consumo di muscolo durante l'allenamento a digiuno.

Background Storico e Evolutivo

La pratica dell'allenamento a digiuno affonda le radici nelle abitudini dei nostri antenati, evidenziando come l'introduzione di pasti regolari sia una conseguenza dell'agricoltura e della pastorizia. La riflessione sull'opportunità di mangiare una o due volte al giorno risale addirittura a Ippocrate, influenzato dalle conoscenze del subcontinente indiano.

Dinamiche dell'Allenamento a Digiuno

L'attività fisica a digiuno stimola la produzione di cortisolo e adrenalina, aumentando la glicemia e promuovendo l'uso di grassi e proteine come fonti energetiche alternative. L'organismo, quindi, non si affida a un unico serbatoio di nutrienti, ma ad una combinazione di glicogeno, proteine e grassi, variando le proporzioni in base all'intensità dell'allenamento.

Conclusioni e Raccomandazioni

L'allenamento a digiuno è un'aggiunta integrativa ai piani di allenamento, che richiede una buona condizione fisica, idratazione e limitazioni nelle distanze percorse. È fondamentale alimentarsi correttamente dopo l'esercizio e adattare i ritmi di corsa per evitare rischi come la crisi ipoglicemica (Zouhal et al. 2020).


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lunedì 22 maggio 2023

trauma muscolare, come recuperare velocemente.

  Ultima revisione  del post maggio 2023

Intanto, una domanda, che nessuno si fa mai:
ma quali sono i tempi fisiologici di riparazione di una ferita?

Secondo Banks,  le fasi di guarigione di una lesione sono tre. Attenzione si fa riferimento ad una grave lesione con interessamento della parte tendinea, però rende chiari i tempi biologici di riparazione. Cerco di renderla più semplice possibile omettendo alcuni passaggi molto tecnici.

1. fase infiammatoria, divisa in due periodi. Il primo di circa tre giorni durante i quali avviene la prima cascata di fattori di crescita. Il secondo periodo dura circa dieci giorni ed è il periodo di attivazione dei fibroblasti.
2. la seconda fase si sovrappone con la prima e dura da uno a due mesi, in questo periodo si forma il tessuto di granulazione, che prodotto in forma massiccia si deposita dentro ed intorno alla ferita.
3. l'ultima fase è quella di rimodernamento, durante la quale diminuisce la proliferazione cellulare e la lesione viene "ripulita" e gradatamente recupera la forza strutturale del tessuto. Un tendine può recuperare in 6 mesi il 50% della forza che aveva prima e impiegare fino a due anni per raggiungere il 100%.
Ho evitato di elencare tutti i fattori biochimici della fase di guarigione perché  si già capiscono alcune cose: tanto più vicino all'inserzione sarà il trauma tanto più lungo sarà il periodo di recupero; quando un'atleta rientra in campo se si tratta di una lesione legamentosa non rientra "guarito" ma bensì "funzionale", perché tutto il percorso di rieducazione e allenamento eseguito hanno contribuito a sopperire l'eventuale deficit di forza del segmento interessato dal trauma.

E i rientri in campo miracolosi?

Effettivamente c'è ne sono pochi, come ci sono anche le ricadute, molte. Questo merita un ragionamento a parte.

Come accelerare i tempi senza strumenti da fantascienza e senza rischiare ?

Con tanto lavoro e tanta pazienza.
Di seguito alcune regole da seguire per accelerare i recuperi.

* non fumare, il fumo diminuisce l'apporto nutritivo;
* valutare attentamente con il medico se usare antinfiammatori, se lesione c'è, il processo infiammatorio ha una sua ragione di esistere (ricordi i primi 10 giorni?) decidere se  bloccarlo con un farmaco che interrompa la risposta organica al trauma è da valutare attentamente; ricordo che le prostaglandine sia "buone" che "cattive" sono bloccate dai FANS, quindi la valutazione caso per caso è necessaria.
* La stessa cosa la crea il ghiaccio, su questo ora si sta facendo chiarezza. Il ghiaccio blocca l'infiammazione e nel contempo i processi di recupero. Razionalizzarne l'uso è fondamentale. 

* stiramento fasciale, naturalmente non della zona interessata, é risaputo che lo stiramento delle fasce rilascia prostaglandine buone, e che una volta in circolo possono aiutare il sistema a recuperare prima.

* utilizzo di dieta adeguata, è fondamentale redigere un piano alimentare, e magari fare una dieta antinfiammatoria, no Junk Food!!!
* usa alimenti naturali che contengano minerali ed antiossidanti:  curcuma, zenzero, cannella, ecc. Limita gli integratori;

* utilizza di rimedi naturali per diminuire l'infiammazione senza bloccare gli effetti benefici della stessa, vedi tecniche con scambi termici, impacchi e fitoterapia. Attenzione ai principi attivi delle erbe utilizzati, alcuni possono essere nella lista delle sostanze dopanti, senza contare che è difficle capire la quantità reale del principio attivo;

* iniziare precocemente l'attività motoria, che deve prevedere: assenza di dolore, intensità bassa,
congruo movimento degli assi articolari, e mi ripeto assenza di dolore, stringere i denti serve solo a non recuperare o farsi ancora più male.....

* approfittare della situazione di scarsa attività fisica per lavorare sull'allineamento corporeo, su un controllo dei denti e dell'occlusione e sulla postura.  A volte un infortunio può essere il volano di un miglioramento...

* Bisogna lavorare con esercizi mirati sul sistema linfatico, sul sistema venoso e sul connettivo.
* Il mare. Spesso, anche in pieno inverno, porto gli atleti al mare a fare esercizi in acqua. Con le dovute cautele,  e sopportandoli mentre mi imprecano contro, tanto stanno loro in acqua.
* le terapie innovative: ultimamente ne sono spuntate di nuove, di alcune ho potuto pure monitorarne gli effetti su atleti professionisti. Interessanti senza l'ombra di dubbio ma da maneggiare con attenzione. Una ad esempio, non la nomino per ovvi motivi,  aveva preso piede ai tempi della seconda revisione dell'articolo, (ottobre 2012) e ancora qualcuno si ostina ad usarla. Si tratta di una sciocchezza stratosferica: crea un ipertono su tutto il comparto muscolare dove è applicata, cosa che diminuisce la sensazione di fastidio, confonde il sistema perché dolore e tono musciolare  non possono coesistere. 
 
Questo trucco    permette il proseguimento del gesto atletico con  risvolti immaginabili perchè  la lesione è li e non sparisce. Anzi, è forte il rischio di peggiorare le cose e farsi ancora più male. Ho visto strappi passare da due a 6 cm in una attimo, perché qualcuno per la fretta ha portato l’atleta a fare questa terapia. Ma non è tutto,  pratiche come questa invertono i pattern di reclutamento delle fibre muscolari, e se questa cosa può avere effetti poco avvertibili in chi contrasta malattie neuro degenerative o in chi combatte gli effetti dell'invecchiamento, mentre crea molti danni a chi usa il corpo per fare sport, perché i muscoli devono seguire una sequenza precisa per svolgere il loro scopo, altrimenti si rompono. Altra pratica su cui bisogna fare attenzione sono gli esercizi isocinetici. 
 
Capisco che chi ha le macchine isocinetiche le debba utilizzarli perché gli sono costate un botto, bisogna però ricordare che sono attrezzi fisioterapici e non da allenamento o da test. Quindi, fare un test sull'estensione del ginocchio ad un atleta sano ha poco senso, perché la velocità in radianti, (unità di misura rad°) è inferiore a quella che sviluppa il movimento balistico dell'atleta, ci sono tra 60 e 80 Rad° di differenza e ancora una volta si danneggiano i pattern di reclutamento delle fibre e soprattuto il rapporto tra agonisti ed antagonisti, attenzione ho detto rapporto e non equilibrio…questa storia dell'equilibrio tra flessori ed estensori produce ancora tanti infortuni. La stagione di calcio di serie A in corso ne è la prova, assieme a tante altre cose che hanno provocato la grandinata di infortuni che ha flagellato le squadre e risolto il problema turnover a parecchi allenatori…
* Poi non dite che non vi avevo avvertito.


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